Sirene

Torna l’incanto delle sirene nel porto di Taranto

Turismo Culturale

Pochi sanno che il lungomare di Taranto ospita le sculture di tre sirene, realizzate in cemento marino per resistere all’azione corrosiva dell’acqua e della salsedine, recentemente ricollocate al loro posto dopo un intervento di restauro che ha ridato lucentezza alle opere.

L’autore è Francesco Trani, artista e gelataio che nel 2001 ha voluto dare forma ad una leggenda pugliese, una storia di amore e perdono reciproco, che non ha nulla da invidiare ai più celebri testi della Disney.

Le Sirene di TarantoSi racconta, infatti che Taranto era stata scelta dalle sirene come luogo privilegiato in cui risiedere edificando un castello incantato.

A quel tempo viveva in città una coppia di giovani sposi: una fanciulla bellissima ed un pescatore costretto per lavoro a stare lontano da casa dall’alba al tramonto e a volte addirittura per giorni. Pare che un facoltoso tarantino, approfittando di questa circostanza, sia riuscito a sedurre la donna, dopo averla corteggiata con regali costosi. Non sopportando il senso di colpa, però, la ragazza una sera confessò tutto al marito e costui l’indomani la condusse in barca in alto mare e la spinse fuori bordo facendola affogare. Le sirene, però, accorsero a salvarla e, affascinate dalla sua bellezza, esaltata dalle onde, la incoronarono regina col nome di Skuma (Schiuma).

Il pescatore, invece, si pentì del gesto compiuto e tornò ogni giorno a piangerla nel punto in cui aveva commesso il delitto. Le sirene, notarono il suo comportamento e, incuriosite, si impadronirono della barca facendolo cadere in acqua. Lo condussero, quindi, al castello dove la regina lo riconobbe e le pregò di risparmiargli la vita.

Quando il pescatore si risvegliò a riva, decise che avrebbe fatto di tutto per ricongiungersi alla sua sposa e una fata gli rivelò come rompere l’incantesimo: avrebbe dovuto raccogliere l’unico fiore di corallo bianco custodito nel giardino delle sirene.

Il giorno seguente, si procurò un’altra imbarcazione e, raggiunto il mare aperto, gridò a lungo il nome della moglie finché questa non riuscì ad allontanarsi dal castello raggiungendolo e riabbracciandolo. Insieme architettarono un piano: il pescatore avrebbe dovuto utilizzare tutti i loro risparmi per comprare gioielli con i quali attirare le sirene.

L’uomo eseguì gli ordini alla lettera e si addentrò in barca nel golfo di Taranto. Le sirene, attratte dal prezioso carico, lasciarono incustodito il castello e, nel frattempo Skuma poté agire indisturbata, rubando il fiore e consegnandolo alla fata che attendeva sulla spiaggia.

Fu possibile, in questo modo, rompere l’incantesimo e un’enorme onda trascinò via le sirene dal golfo di Taranto,

mentre il pescatore e la ragazza si risvegliarono sulla spiaggia di nuovo uniti.

Le sculture tarantine, eseguite in malta cementizia marina con anima metallica, del peso di circa 2500 chilogrammi ciascuna e battezzate Ethra, Satyria e Skuma, erano state messe a dura prova dalle intemperie e dall’azione del mare nei loro 20 anni di vita. Si sono resi necessari, pertanto, interventi di restauro eseguiti dallo stesso autore, con il sostegno economico dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio, intenzionata a valorizzare il binomio porto – territorio, obiettivo strategico del Piano Operativo Triennale 2020-2022 dell’Ente: l’arte e la cultura locale, infatti, rappresentano fattori chiave per la qualità dello spazio pubblico ed elementi di relazione sociale. Ma alle operazioni ha partecipato tutto il “popolo del mare”: i sommozzatori, per il salpamento ed il riposizionamento in mare; gli ormeggiatori, per le attività di sollevamento in banchina delle sculture; il porto turistico “Molo Sant’Eligio”, per la disponibilità delle aree del cantiere di restauro ed i servizi connessi.

Le Sirene oggi, con la loro rinnovata bellezza ritrovano posto, nel rispetto della leggenda, sulla scogliera della darsena della Capitaneria di Porto in Mar Grande e rappresentano una delle numerose attrattive artistiche per cittadini e turisti in visita nella Città Vecchia.


Gianmichele Pavone