Siser Bena: lo sciamano di Bergamo

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Siser Bena: lo sciamano di Bergamo

Simona Ciccarese

Siser Bena: lo sciamano di Bergamo

“Spesso lascio tutto e corro nel bosco,  gli alberi mi rimettono in pace con me stesso e le loro radici mi portano più in profondità nelle mie meditazioni, dove lo scrosciare dell’acqua mi dà dei suggerimenti e faccio parlare quella distesa di sassi tutti diversi. Dai loro racconti traggo spunto e i rumori diventano musica. Sono un uomo semplice, che ha la fortuna di alzarsi al mattino potendo fare giorno dopo giorno quello che desidera, senza limiti di tempo e di argomento”.

Cesare Benaglia, in arte Siser Bena, è un uomo eclettico e sorprendente, che con il racconto della sua passione, l’arte, entusiasma e fa sognare. Una emozione che ti avvolge anche ammirando le sue opere. Una sensibilità rara, un uomo coraggioso come pochi, uno sciamano moderno.

Ricordo il fascino che incuteva in me quest’uomo dolce e sensibile; ricordo le giornate a casa sua, ospiti della sua bella famiglia, e il mio stupore per quest’uomo così anticipatore, loquace ed appassionato della vita da farlo trasparire da ogni parola, da ogni gesto. Ricordo il suo cappello da pittore, seduto in veranda su una poltrona in un bel pomeriggio di settembre in occasione del genetliaco di mia madre, quando mio padre, a sorpresa, fece giungere tanti amici da tutta Italia per i festeggiamenti, ed io che ero sua complice attendevo trepidante il loro arrivo. Ricordo i suoi modi calmi e gentili e di come, rapita, lo osservavo e ascoltavo per coglierne il suo segreto di artista. I suoi quadri appesi alle pareti della nostra casa hanno accompagnato la mia infanzia e giovinezza e conservo gelosamente l’opera da lui eseguita espressamente per la mia nascita nella quale ha ripreso gli elementi del nostro sud, una terra che lo ha ammaliato tanti anni fa.

Cesare non è solo un artista, è una persona innamorata della natura, della vita e di tutte le sue forme e colori che ha interpretato, nella sua formazione autodidatta, fondendosi con essa e cercandone incessamente un dialogo e un rapporto vivo. Ne sono scaturiti dipinti, sculture, opere miste e ricerche d’avanguardia, “un apprendistato di quella poetica dei legami con la terra secondo la dimensione della meraviglia”. Uno sciamano moderno, appunto, come pochi ne vedremo ancora. La sua scuola, la natura in un rapporto di scambio continuo, mai pago, di dialogo con il tutto in una relazione costante di continuità. Tutto per lui è scoperta e occasione per meravigliarsi, le sue opere sono, come lui stesso dice, un incontro fra la maestria del naturale e il magico ascolto dell’artista, un’accoglienza intrisa di misticismo e amore. Tutto il naturale per lui è poesia, come il lavorio incessante delle formiche che scavando i tronchi creano un universo di gallerie, fonte di ispirazione per le opere “rosso fuoco” del periodo più maturo, dopo gli inizi dedicati ai colori più chiari ed evanescenti nei suoi ritratti paesaggistici. La scelta di dedicare la sua vita all’arte lo ha portato ad intavolare baratti spesso per necessità di ogni tipo, che lui chiama “scambi culturali”, per accaparrarsi entusiasticamente relitti arborei, un tesoro inestimabile dei quali già immaginava un nuovo futuro.

Dal primo periodo  paesaggistico con il senso dell’universale, Cesare si è poi lasciato affascinare dall’infinitamente piccolo che lo ha portato in un viaggio verso l’interno, non isolativo ma celebrante ancor di più l’immensità del cosmo, esaltando il legame presente in tutte le cose, piccole e grandi, una dimensione in cui tutto ha un senso ed è strettamente correlato. A questo periodo appartengono le sue ricerche e le produzioni con tecniche miste assecondando la vivente natura: nascono sculture intagliate direttamente nel tronco del ciliegio del suo giardino, che dopo questa chirurgica operazione ha ripreso, dopo anni di aridità, a vegetare e a produrre frutti; o i massi del suo bosco che si sono lasciati scolpire per svelare il loro cuore duro e che sono diventati parte del museo a cielo aperto di Valbrembo; o delle rarissime “uova” di radice dei ciliegi centenari che sono andati ad arricchire le sue opere miste; o dei tronchi di albero lasciati lavorare da formiche, vento e pioggia in un lavoro preparatorio durato anni prima di incontrare le sue mani che ne hanno svelato poi i loro segreti.

“Specchio di clima” definisce Cesare il suo lavoro di artista, “specchio, come riflesso del nostro vivere temporale, […] di clima, come atmosfera, habitat, profumo della mia terra”, consapevole di voler creare un dialogo anche con l’osservatore, di dover lasciare un segno, di comunicare un messaggio e di dare voce al silenzioso movimento della natura. Questa mia è ben poca cosa rispetto a quanto ha da raccontare questo moderno sciamano, oggi ottantottenne, che sente, senza nostalgia, di non aver esaurito la sua ricerca. Noi ci auguriamo con lui di poter vivere insieme ancora tante avventure. Grazie Cesare

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