LUIGI CASALE - Riflessioni sull’urbanistica

Riflessioni sull’urbanistica e le attuali periferie

Architettura

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Riflessioni sull’urbanistica e le attuali periferie

di LUIGI CASALE

Da un attento sguardo sulle nostre città troppo spesso ci dimentichiamo la storia del nostro passato. Molte città italiane sono state costruite in prevalenza su precedenti impianti urbani come la scacchiera romana (“castrum”) e si aggregano a partire dal Medioevo, attorno al centro della loro fede come nei luoghi di culto nei quali sono conservate le reliquie dei Santi. La città si riconosce attorno ad un corpo, alla santità di un testimone e si costruisce intorno a potenti elementi simbolici le cui origini sono raramente ricordate. Così accade per San Nicola a Bari per sant’Ambrogio a Milano per San Marco a Venezia, San Gennaro a Napoli. La città è costruita sulla memoria. Ogni epoca successiva ha poi lasciato tracce più o meno evidenti sulla nostra memoria collettiva attraverso evidenti modificazioni sul tessuto urbano come per esempio il periodo fascista che ha mutilato intere parti di città per dare spazio alla ideologia del regime. La lettura urbana dei centri storici ci colpisce soprattutto per la ricchezza di preesistenze edilizie importanti come i palazzi nobiliari, i castelli, le piazze e le fontane, le fortezze e le torri; tutte tipologie edilizie uniche, facilmente riconoscibili.

Di fronte alla città moderna avvertiamo invece un senso di disagio, spaesamento e frustrazione; si parla oggi di frammentazione, e di assenza di punti di riferimento. E’ sufficiente percorrere le nostre periferie urbane e chiedersi come le antiche città italiane dal secondo dopoguerra in avanti siano state in poco tempo così svilite e abbruttite. Le periferie di molte città come Roma, Napoli o Palermo appaiono nate dall’incapacità di intervenire sul territorio con progetti qualificanti che ne giustifichino il senso. Le periferie moderne si presentano oggi senza simboli, identità e memoria. Sono periferie dormitorio, anonime, che sgretolano l’identità collettiva e spesso sono luoghi sinonimo di degrado sociale e di alienazione, ghetti che hanno favorito l’emarginazione, la violenza e il teppismo.

Se il paesaggio rurale – quando non è stato abbandonato – ha subito attacchi che ne hanno stravolto il senso, dall’altro le città hanno subito un’espansione senza freni, perlopiù a macchia d’olio senza i servizi fondamentali e le infrastrutture necessarie, modificando il paesaggio antropico frutto di secoli di storia. Invece di fermarci in questa corsa sfrenata alla cementificazione, continuiamo ancora oggi a costruire con le stesse modalità del passato più recente, in un atto di suicidio collettivo distruggendo il territorio senza pensare spesso alla possibilità di riqualificare l’esistente. Oggi si continua a costruire nonostante la popolazione in Italia tende a diminuire e la speculazione immobiliare ha trovato un fertile terreno nel riciclaggio di denaro sporco come hanno dimostrato molte recenti indagini.

Quale idea di città stiamo diffondendo, se abbiamo intorno a noi troppo spesso degrado e abbandono? L’uomo crea la rappresentazione del proprio spazio secondo i suoi bisogni, le speranze, i desideri e le aspirazioni del proprio tempo… Certo i simboli di oggi potrebbero essere le torri anonime e squallide delle periferie, i grattacieli legati al potere finanziario dove confusione e caos regnano sovrani… Il paesaggio urbano italiano appare sempre più disumanizzato. Quale città consegneremo al futuro?

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