Mariangela Calabrese Identità epifaniche

Mariangela Calabrese: alla Biennale di Venezia presentata la sua opera “Identità epifaniche”

Arti Visive Pittura

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ROCCO ZANI – La presenza di Mariangela Calabrese nel collettivo Identity Collective, presso il Padiglione Nazionale Grenada alla 59° edizione della Biennale di Venezia, con l’opera Identità Epifaniche segna un momento centrale del percorso della Nostra permettendole di presentare un lavoro paradigmatico di una “tecnica” narrativa – iniziata qualche anno fa – che lei stessa ha voluto definire Estensionismo pittorico, ovvero una sorta di informale meditativo. La percezione dell’immagine o l’evocazione della stessa, acquista nuove identità attraverso la sua rotazione per quattro movimenti consequenziali. In base al lato assunto essa prende in carico una nuova forma, un nuovo concetto, un nuovo dinamismo. Ecco allora che la narrazione assume, di volta in volta, inedite connotazioni e significati aggiunti.

Un processo per nulla casuale ma “meditato” preliminarmente attraverso un rendiconto pittorico capace di “rappresentare”, già all’origine, ciò che avverrà successivamente attraverso il “gesto” integrativo dell’artista capace di offrire allo sguardo ulteriori e incalzanti considerazioni.
Il concetto di “Estensionismo pittorico” trova dunque in quest’opera un modello di distinte narrazioni ovvero di autonome cifre identitarie. L’atto pittorico – e successivamente quello espositivo – capovolge, non solo plasticamente, il canone abituale dell’osservazione.
Partendo dall’opera dipinta (una sorta di totemica allusione ascensionistica carica di frammenti e pratiche della propria identità ispezionale) la stessa viene riprodotta (attraverso la roteazione) in altri esemplari che, consequenziali all’originale – ma con il lato di preordinata osservazione modificato, identificando ogni volta la nuova base e la nuova altezza) danno vita ad una sequenza di dipinti emancipati, autonomi, svincolati; ognuno di loro luogo di inedite percezioni, di rivelate armonie.
L’opera pare farsi procreatrice involontaria di una figliolanza rigenerata e assolta. Una figliolanza riformata all’interno di un originale destino in cui si producono “nuove previsioni”, nuovi indirizzi. Da sottolineare, in tale condizione, l’inedita relazionalità dell’interlocutore (è il suo sguardo a suggerire e a subire nuove sembianze) con le immagini scaturite, di volta in volta, dalla ri-composizione dell’opera. Un vero e proprio “superamento dei limiti” capace di ridefinire ruoli e sconfinamenti, centralità e lacerazioni, preminenza storica della funzione e immaginifica rilevanza dell’osservare.
Lo svuotamento dell’identità originaria (attraverso una ricomposizione dell’immagine) genera identità autonome e offre all’osservatore letture e partecipazioni esclusive. Ma tale intervento pare suggerire al contempo altri percorsi comunicanti. In primis l’avvenente caducità del gesto pittorico – e consequenzialmente del manufatto, della scrittura, di quella che potremmo definire la “dichiarazione finale” -, la sua innaturale corruttibilità narrativa capace, paradossalmente, di amplificare all’infinito la percezione originaria. Mariangela Calabrese fa propria questa fragilità ma non tenta avvicendamenti accidentali bensì ragionate supposizioni affinché si possa edificare – nell’unicità di questo caso – una nuova dimensione linguistica e, pertanto, un inedito sillabario formale. Ulteriore riflessione. La pluralità dell’opera (o meglio, delle opere) sembra ratificare un nuovo accadimento, ovvero la lettura delle stesse pare alimentare dialoghi unici e inconsueti con il luogo espositivo. Come se anche questo determinasse di volta in volta – moltiplicandone di nuovo l’essenza – una nuova identità, nuove corrispondenze, nuovi contenuti.
L’epilogo dell’intero processo attivato da Mariangela Calabrese ci conduce in quel luogo dello “sguardo” che vede fatalmente protagonista (talvolta antagonista) l’interlocutore, lo spettatore, colui che è utente-attore di questo nuovo svolgimento visivo. Ed è lo spaesamento il rigenerato cortile di immagini; il territorio di un attraversamento inconsueto, fonte e occasione di irripetibili confessioni, dove ogni nativa certezza si smarrisce per dare corpo e respiro ad una riqualificata presenza.

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