trattati di Architettura

I TRATTATI DI ARCHITETTURA

Architettura Scrittura

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I TRATTATI DI ARCHITETTURA, IL PRIMATO DELLA LETTERATURA

di Luca Nava

Sempre nella storia i potenti o aspiranti tali si sono preoccupati di esibire il loro status edificando; si trattasse di una residenza signorile, un castello o un ponte, una fontana, l’attività edificatoria ha sempre rappresentato l’aspetto materiale più evidente di un potere economico e talvolta militare, il cui messaggio indiretto poteva essere “l’onore delle imprese si tramuta in tributo di valore solido come in tempio”.

Alla base di tutto ciò risiede la necessità dell’essere umano di essere visto, riconosciuto, e ricordato: La memoria è ciò che più’ di tutto può certificare l’autentico valore di imprese e persone.

Buona parte dei testi biblici inizia con : “Ricorda Israele …” o anche in ambito di leggenda, nella narrazione di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda vinte tutte le battaglie, Merlino conficca la spada Excalibur nella roccia a memoria delle imprese, perché dice: ”La maledizione degli uomini è che essi non ricordano”.

Dunque un’opera d’arte e in particolare un’opera architettonica o pittorica che con le sue dimensioni evochi monumentalità  è ciò che traduce questa necessità di perdurare nel tempo, prendendo come assioma che durevolezza materiale possa equivalere a durevolezza nella memoria e in definitiva imprimersi nell’anima divenendo cultura personale e collettiva.

Ma le cose stanno veramente cosi?

In verità l’aspetto di autentico valore sostanziale è un altro, e lo rivela il principe dei teorizzatori dell’arte edificatoria, da sempre ritenuta la prima davanti alla pittura e scultura, ossia Vitruvio.

Nella prefazione al VI libro del De Architectura, l’autore latino d’età augustea esprime eterna riconoscenza nei confronti dei genitori per avergli consentito di apprendere i principi dell’arte cosi nobile dell’architettura, ma in forma tale da poter essere espressa, nel suo enorme carico significante solo con la parola.

Peraltro nel  primo libro, Vitruvio si preoccupa di sostenere a più riprese che l’artista dovrebbe, prima di cimentarsi in qualsiasi impresa, saper argomentare, con basi solide e comprovate, con i principi della dialettica, (divisione, risoluzione e dimostrazione) e quindi dopo aver appreso da fonti sicure e riconosciute di valore, su ogni area del sapere, accompagnata anche marginalmente da cognizioni pratiche: “Architecti et scientia pluribus disciplini et varibus eruditionibus ornata”, ( de Architectura, I,I,1)

Di queste discipline di cui è necessario essere pratici, Vitruvio ne enumera almeno tredici, ed è significativo che prima della astronomia, giurisprudenza, matematica, medicina, musica, fisica, di cui si auspica una conoscenza generale, nella misura dei contenuti che possono riguardare la natura artistica di esse, venga posta come prioritaria l’abilità letteraria, l’erudizione, la conoscenza, ma attenzione, non quella conoscenza che denota tracotanza e supponenza data dalla pretesa di poter sapere per esperienza personale,  ignorando la memoria culturale antecedente, quella  tramandata tramite quel deposito solidissimo che sono i libri e le biblioteche.

La letteratura precede l’architettura, che a sua volta precede la scultura che ne è ornamento, per ultima la pittura ed il disegno stesso che della prima è fondamento.

Una mente letteraria, meglio una mente erudita e dialettica era considerata già in epoca Augustea un prerequisito indispensabile per potersi definire artisti, per poter cioè traslare la conoscenza sedimentata per secoli nelle proprie opere con il plusvalore, quando ciò sia possibile del proprio apporto.

Non stupisce quindi l’attitudine dei secoli che seguirono, con una flessione voluta e programmata dal XIX secolo per motivi essenzialmente nichilisti che una buona parte delle classi dominanti persegue, a riscoprire sempre meglio le basi culturali dell’arte, sia che si tratti di un’arte iconica e figurata,  cosi come di elementi archetipici o ancestrali, sia che si tratti di condensati simbolici di culture pregresse, anche e soprattutto di matrice orientale, con aspetti che si incrociano con il lato esoterico/trascendentale e interconfessionale, i cui ambiti devono essere ben conosciuti per essere evocati, anche solo a livello citazionistico in arte.

L’attitudine a esprimere nella forma più completa il valore concettuale nelle opere diviene dunque un punto fisso per poter dare inizio a quel processo detto “creativo”, che in realtà’ sarebbe più corretto definire inventivo, e che richiede una conoscenza non approssimativa delle discipline interpolate per dare struttura e compiutezza all’opera nascente in tutti i suoi aspetti: archetipici, simbolici, concettuali, iconografici e iconologici, rappresentativi della cultura contemporanea che lo ha prodotto.

A sottolineare la portata dell’approccio letterario e figurativo insieme vitruviano e dell’omonimo trattato è il tributo di riconoscenza cui tutti i trattatisti rinascimentali  e poi quelli dei secoli successivi, hanno fatto seguire,  quali L’Alberti su tutti, ma poi Francesco Colonna, G. B da Sangallo, S. Serlio, Vignola, Cesariano, Palladio, i quali fra le righe alcuni, più esplicitamente altri, si sono preoccupati di far emergere l’importanza della cognizio, ossia del concepimento in Radice dell’opera, la sua base intellettuale concretizzatasi in metodologie di ordinamento armonico e originale dell’idea artistica, che passa per naturale struttura della mente, attraverso il linguaggio, il quale fa ausilio della parola appresa e fissata nella memoria tramite gli scritti, e questo non solo per la parte edificatoria ma anche e soprattutto per l’apparato decorativo, a rilievo o dipinto, come a dire:” la base dell’arte non è fare, ma concepire, sulla scorta di un antefatto culturale”.

Decorazione fatta di elementi architettonici, ed in parte strutturalmente funzionali, ma soprattutto dei motivi iconografici che ai primi armonicamente si correlavano negli spazi interni ed esterni i cui temi, ancora una volta, richiamavano la memoria: l’importanza inderogabile di questo elemento salvifico dall’angoscia dell’oblio eterno.

Si potrebbe innestare qui il Discorso sul metodo di matrice cartesiana, pio che mai pertinente a questo ambito, che però porterebbe l’argomentare d’altro.

Basti qui ricordare che nel processo inventivo e un non sempre conseguente attributo valoriale, il discriminante è quasi sempre il il modus operandi, (da cui l’accezione di modernità), fisico e fattuale ma soprattutto di antefatti mnemonici da cui deriva, o dovrebbe (il condizionale non è usato a caso) derivare l’opera d’arte, anche quella contemporanea.

L’artista nella modernità è solo un attore, gli altri sono tutto il sistema legato al mondo dell’arte, dal mercato alla dimensione museale che perseguono molto spesso altri intenti e muovono in direzioni non sempre coincidenti con la natura dell’arte stessa, ma un terzo e determinante attore è il fruitore finale; la persona che va ad un museo a vedere una cosa piuttosto che in un altro per  valutare proposte diverse e stabilire dove vi sia qualità e dove no: è una scelta.

E’ l’acquirente presso la galleria che foraggia un  tipo di mercato piuttosto che un altro, e via di questo passo: è una scelta.

Siccome l’arte è specchio della società che la produce, e se per qualche motivo l’arte di oggi può non piacere fino in fondo, non piacere affatto, è utile ricordarsi che forse non piace nemmeno il mondo in cui si vive ed in definitiva forse,  non ci si piace fino come persone, e le nevrosi contemporanee cosi diffuse lo confermerebbero.

Riscoprire il bello delle proporzioni, della Concinnitas ciceroniana, della venustas albertiana,  e la bellezza dell’arricchimento della memoria, prima ancora di dare sfogo alle passioni personali, vorrebbe dire cogliere l’eredità, la più grande che la memoria ci abbia mai consegnato, ed è li, a disposizione, nelle pagine dei libri in cui si conservano le nostre cose più preziose: aprirli e leggere, anche questa è una scelta.

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