fiori di carta

FIORI DI CARTA

Scrittura

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“FIORI DI CARTA”

favola vera compresa in una Antologia Letteraria Italiana –  Premio Pietro IADELUCA & AMICI
Sofia Katara – Xilogiannopulos

C’era una volta un paesino povero, circondato da ulivi e arrampicato sulla montagna. I suoi abitanti, umili e solidali, nonostante la loro povertà, erano fieri di quello che avevano e quindi erano disposti a festeggiare ogni tanto, raccolti nella piazza centrale, sotto il platano gigantesco. Lì condividevano tutto: il cibo, il vino, l’olio, il pane, accompagnati dalla musica del violino, cantavano, ballavano sotto l’ombra protettiva, spensierati e contenti fino all’alba. E nelle loro feste non mancavano mai due persone, il prete e il maestro della scuola, i quali seduti al centro della tavola benedicevano l’evento con parole antichissime, preghiere e auguri impregnati di saggezza. La gente non li capiva bene, perché erano ignoranti, non sapevano né leggere né scrivere. Ma ascoltavano tutto rimanendo in piedi, muti e rispettosi, dopo aver fatto il segno della croce cominciavano la festa.

Inoltre queste due persone costituivano l’epicentro non solo della stima, ma anche della fiducia della gente. Il sindaco ed il commissario della polizia non si comportavano allo stesso modo. I capi del paese erano giusti e degni, ma tutti li temevano e al momento della necessità correvano dal prete e dal maestro, così come i bambini corrono nelle braccia della mamma, per evitare il rimprovero del papà. Queste due persone si prendevano su di essi l’ansia, il dolore, il lutto, l’amore, la speranza, le memorie, tutte cose preziose affidate alle loro mani e con uno sguardo tranquillo dietro i loro occhiali tondi guidavano, tutelavano, davano consiglio e conforto. E la vita andava avanti senza sbalzi significanti. Ogni tanto due suoni facevano capire alla gente che il tempo continuava a passare: i rintocchi della campana della chiesa e del campanello della scuola.

Ma ad un certo punto arrivò un anno bisesto, sfortunato. Notizie nere e pesanti provenivano dalle regioni più lontane. All’inizio i contadini pensarono che non dovevano aver paura. “Non è mica la prima volta che avvenga un anno bisesto. Forse il male passerà e ci lascerà magari intatti” dicevano tra di loro. Ma questo male non era come i soliti. Una malattia grave, sconosciuta, mai esistita prima, la quale tutti i saggi del mondo seppur passando notte intere in bianco chinati sopra i loro libri spessi, non potevano capire come affrontarla. Una malattia che attaccava in modo rapido, velocissimo e perfido, colpiva vecchi e giovani e lasciava dietro mucchi di morti. Un velo nero galoppava e gelava case, strade e cuori… E un giorno il velo raggiunse il nostro paese…

Era primavera. Il prete si preparava per la Pasqua e il maestro per gli esami. Nessuno se l’aspettava. Il governo mandò degli ordini nuovi. Tutti dovettero rimanere a casa, nessuno poteva uscire, solo per estrema necessità e dimostrando un documento sigillato, altrimenti si andava in galera! E tra le altre proibizioni, la chiesa e la scuola dovettero rimanere chiuse ermeticamente. La malattia aveva bisogno di luoghi affollati, voleva i respiri, le mani, le labbra della gente estendendosi a macchia d’ olio… “Va bene per i bambini”, pensavano i contadini, “giocano spensierati e spesso si dimenticano di lavarsi le mani. Ma la chiesa? Chiusa? Ora che abbiamo così tanto bisogno della grazia divina? Dove troveremo riparo?”. Ma i giornali, la radio, tutti insieme rimbombavano la canzone brutta della Paura. E poi la Paura venne accompagnata dalla sua sorella, la Rabbia. E la gente, quasi ubriacata da questa canzone urlava risentita e non voleva neanche sentire più dell’apertura della chiesa e della scuola. E soffocati dalla Paura e dalla Rabbia rimasero taciti, la campana e il campanello…

La malattia però continuava il massacro. La disperazione copriva il paese come una nuvola grigia. Chiusi nelle loro stanze il prete e il maestro si lamentavano. Cosa ci potevano fare? Alla fine, dopo aver pensato e pregato a lungo, trovarono la soluzione! Decisero di fare quel che sapevano bene. Dall’alba al tramonto il prete era inginocchiato davanti alle sacre icone e col rosario in mano leggeva senza pausa nomi scritti in numerosissimi pezzi di carta, piccole foglie piene di note, nascoste da anni tra le pieghe del suo abito sacerdotale. Prendeva ogni nome dei suoi compaesani, dei loro genitori, dei loro parenti e li sollevava uno per uno al trono di Dio.

Dall’altra parte il maestro nella sua stanza, raggomitolato sulla sua scrivania scriveva con tenacia e pazienza. Si ricordava dei suoi alunni. Gli mancavano tanto! Persino i più indisciplinati, i quali minacciava sempre di fare sapere alla loro mamma e non lo faceva mai! Tutti gli occhi scintillanti e i volti dolci marciavano davanti al suo cuore, uno per uno. Quindi fece anche lui pezzi di carta e mise dentro parole dal cuore, carezze, consigli, scherzi. E un pò delle lezioni, per non essere dimenticate. Poi questi pezzi di carta li faceva saette! I ragazzi gli avevano mostrato come si fanno e lui, pure invecchiato decise di occuparsi delle cose da bambini. “Siccome essi comunicano così, così gli parlerò anch’ io” pensava. E scriveva, scriveva, notti lunghissime senza sonno. E piegava le sue saette. A volte la carta non gli bastava. A volte le stracciava per caso o la matita si rompeva. Ma lui, con gli occhi rossi dalla fatica, non si fermava. Scriveva. Sperava. E pregava insieme al prete…

Un giorno entrambi capirono che i loro armadi erano completamente vuoti. Non gli era rimasto neanche un boccone di pane secco. Con i documenti sigillati in tasca uscirono per andare a fare la spesa… Il paese sembrava deserto. La sera scorsa aveva piovuto a dirotto e c’era fango spesso e scivoloso dappertutto. All’incrocio che dava alla piazza centrale si fermarono. Guardavano il posto sotto il platano vuoto e triste e si furono distratti. Come poter fare a meno delle feste, dei balli e delle canzoni, dell’accoglienza dei vicini, pensarono mentre si salutarono senza avvicinarsi secondo la legge nuova. Erano dimagriti, sembravano più vecchi e miseri più di quanto la loro immagine riflessa dal proprio specchio prima di uscire. E poi, cominciarono a discutere delle Catacombe…

Però un occhio li vide da dietro una finestra chiusa. E la finestra si aprì. E poi un’altra e un’altra ancora. I contadini uscirono ai loro balconi, un’abitudine recente per la chiusura dei caffè. Un sussurro fu sentito. “Cosa stanno cospirando tutti e due, il prete e il maestro? Li sappiamo bene ormai! L’uno sempre pronto ad intascare il più possibile da tutti i servizi, si è sicuramente innervosito ora che il suo “negozio” si è chiuso, l’avaro! Che cosa avresti voluto, padre, raccoglierci tutti per poter poi seppellirci insieme?  E l’altro? Il maestro, che non gli è bastato che tutto l’anno sta a girare i pollici durante le ferie e le vacanze, ora si approfitta ancora di più! Il pigrone!” E la rabbia si gonfiava come un’onda del mare. Tutti erano pronti a lapidarli. E così fecero seppure senza pietre. Si attrezzarono con tutto ciò che potevano trovare a casa, una brocca vecchia, un piede di sedia rotto, una tegola staccata.

I due poverini si trovarono sotto una pioggia di odio senza poter ripararsi. Attaccati sul terreno fangato non potevano fuggire. Inginocchiati cercavano di abbracciarsi per evitare i colpi. E durante questo sforzo disperato nell’aprire le braccia, un vento forte e strano aprì le pieghe del abito del prete ed anche la giacca del maestro fu così gonfiata che le tasche furono svuotate. Una nevicata di pezzi di carta, quadrati o a forma di saetta riempì l’aria umidiccia. Un vortice bianco sospeso all’inizio sopra le due teste grigie, si espanse nel paese intero e coprì ogni superficie. I contadini, stupiti, cominciarono a raccogliere questa neve di carta e mentre leggevano, tutti gli occhi furono pieni di lacrime. “Il mio nome! E del mio padre, del mio nonno! E I nomi di tutti I miei parenti! E consigli per i nostri bambini! Dipinti! Poesie! E numeri in fila come soldati!”. Così dicevano vergognati.

Un paio di donne di buon senso accesero i loro incensieri e dopo aver incensato le loro case, li appoggiarono ai loro balconi. Nuvole profumate si alzarono nell’aria, mentre tutte le pareti, i cancelli, le porte, le finestre furono coperte dai pezzi di carta umidi ed attaccati addosso. Il paese intero sembrava decorato di fiori primaverili, era diventato il Sepolcro di Cristo accarezzato dagli aromi dei fiori e dell’incenso. Tutte le voci si fermarono. Il prete ed il maestro alzarono le loro teste lentamente e videro gli occhi emozionati della gente, puliti ormai da ogni macchia di rabbia, odio o paura. Un silenzio sacro coprì il luogo. Persino il vento si fermò, rispettoso ed umile. All’improvviso, come si fossero lasciate da una mano invisibile, due rondini cominciarono a sciabolare l’aria volando qua e là. Cinguettavano in un modo strano, non come fanno le rondini. L’una faceva un suono tenace e vigoroso, come il campanello. E l’altra suonava come la campana della chiesa. Melodica, dolce, trionfante!!!

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