Carta Pesta Salento

Arte della cartapesta nel Salento

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Arte della cartapesta nel Salento

di Alessandra Politi

Mi è piaciuto intitolarlo così quest’articolo, specificando il termine “Arte”, nel riferirmi alla cartapesta leccese, quindi preferendolo ad “artigianato”, che è una cosa ben diversa.

Questo perché, mentre cercavo di documentarmi meglio e approfondire le mie conoscenze in proposito, è via via accresciuta la certezza che i nostri artigiani locali, nel lavorare della semplice carta, mescolandola col gesso, con la paglia, con gli stracci e con altri materiali, ma tutti poveri, a bassissimo costo, hanno ottenuto delle vere e proprie opere d’arte. Allora a me piace definirli artisti, perché l’artista nasce dal nulla, dalla sua botteguccia, dal tempo rubato al mestiere che fa per campare e crea con le sue mani, con la sua testa e soprattutto col cuore.

LE ORIGINI

Bisogna far risalire l’arte della cartapesta nel Salento ai secoli XVII e XVIII, quando crebbe la necessità e la richiesta di decorare chiese, chiostri, monasteri, conventi, balconi, balaustre e palazzi con statue e oggetti sacri dal materiale più leggero, più economico, facilmente plasmabile e che potessero essere agevolmente spostati e trasportati, a differenza delle opere monumentali molto più pesanti, fatte col marmo, con la pietra, col legno, col bronzo.

Quindi le chiese e l’aristocrazia furono le maggiori istituzioni committenti delle opere in cartapesta.

Fu alla fine del 1600 che, a Lecce, venne per la prima volta realizzato in cartapesta il controsoffitto della chiesa di Santa Chiara ( 1738 ), attribuito da molte fonti al maestro Mauro Manieri, che operava per conto del vescovo di Lecce.

Nel 1782 Pietro Surgente ( Lecce 1742-1827 ), riconosciuto come il più antico cartapestaio leccese, consegnava un San Lorenzo in cartapesta, tuttora ubicato a Lizzanello, nell’antica chiesa dedicata al Santo.

Pietro Surgente, meglio noto come Mesciu Pietru de li Cristi, era un barbiere, così soprannominato perché, nel tempo libero, si dedicava alla sua vasta produzione di crocefissi. Era uno “stucchiatore” dimorante a Lecce. All’epoca il termine cartapestaio, oggi noto, non esisteva.

Da lui imparò l’arte Mastr’Angelo Raffaele De Augustinis, detto “lu chitarra” e da questo, a loro volta l’appresero Mesciu Luigi Guerra, Francesco Cosa, Domenico Conte, Angelo Capoccio, Franco Lupo, Giuseppe Manzo, solo per citarne alcuni.

In quei secoli Lecce era considerata capitale della Puglia, era giudicata il “viceregno” della città di Napoli e proprio dai maestri cartapestai napoletani, essa apprese le tecniche per la lavorazione della carta, ma anche per la decorazione con la pittura e non ultimi i segreti per forgiare la creta.

Grazie all’abilità che questi maestri ebbero di tramandare quest’arte di padre in figlio, essa è giunta fino a noi, ai nostri giorni, quando, con grande incanto passeggiamo per le suggestive stradine del centro storico leccese e ci spingiamo nelle corti e sentiamo il profumo delle tempere che viene dalle piccole botteghe dei maestri cartapestai, ancora all’opera, dediti a lavorare con strumenti misteriosi, stampi amorfi, corpi monchi, figure spesso grottesche, per presentarci ancora le loro opere religiose e non: Natività, Madonne, Santi, crocefissi, souvenir del Salento, bambole, maschere, monili, busti di fanciulle, fiori, oggetti d’arredamento.

E quando ci addentriamo nel loro mondo è come leggere un racconto, una fiaba d’altri tempi, insolita, fantasiosa, fatta della meraviglia di fronte a una materia così umile e semplice, che a mano a mano, con maestria e dedizione, diventa sempre più preziosa e unica.

La cartapesta leccese viene così riconosciuta come opera d’arte e Lecce come capitale pugliese della cartapesta: un patrimonio culturale artigianale del Salento. Nel castello Carlo V esiste un Museo della Cartapesta, visitato da turisti e curiosi affascinati da un’estetica non desueta e mai tramontata, da un’arte povera che ha acquistato nel tempo dignità di rango elevato.

 LAVORAZIONE DELLA CARTAPESTA

Per la realizzazione di un’opera in cartapesta, tutto viene studiato nei minimi dettagli e nulla viene lasciato al caso.

Da qui l’abilità dell’esecutore nella ricostruzione illusionistica di ogni parte della scultura.

Da qui la sapienza e la fantasia nelle mani dei maestri, che si muovono come esperte ballerine tra carta, paglia, colla e gesso.

Si comincia con la creazione di un manichino attorno ad un’esile anima di fil di ferro. Questo viene via via foderato con paglia ricciolina, così detta proprio perché riccia, quindi più adatta a creare volume attorno allo scheletro di ferro, a cui viene tenuta stretta da giri di spago.

Si inseriscono testa, mani e piedi in argilla e incomincia la vestizione. Si usano fogli di carta, spesso di giornale, imbevuta di colla, preparata con acqua calda, farina e un pizzico di solfato di rame, che serve per evitare che muffe e tarli attacchino l’oggetto.

Così si ottiene la “ponnula”, ossia la scultura grezza, che viene sottoposta ad essiccazione, o esponendola al sole oppure semplicemente all’aria aperta.

Una volta assorbita la colla, la carta viene sagomata con le mani, al fine di ammorbidirla e renderla simile a un tessuto. La tecnica utilizzata è quella della sgraffiatura, capace di creare l’effetto delle stoffe sulle sculture.

Anche questa pratica ha origini partenopee, ma anche spagnole, da qui infatti il termine “estofar”, cioè raschiare, sgraffiare. Di fatto l’“estofado” è proprio il manto che spesso ricopre le statue di cartapesta, il tipico mantello della Madonna e di molti Santi.

Con attrezzi in ferro arroventato, molto simili a cucchiai, si procede così alla “focheggiatura” o “fiammeggiatura”, atta a modellare le forme, a “stirare” la carta. A questo punto l’opera assume una colorazione tra il verdastro e il marrone.

Per consolidare la struttura della sagoma ottenuta, si procede con la “gessatura” , che predilige il “gesso di Bologna”, perché poco poroso e poco assorbente, ottimo come fondo base per i successivi colori e la doratura.

Acqua, colla e gesso: sempre elementi affabulatori, poveri, ma nobilissimi nella loro finitura creativa, nel risultato pieno di fascino.

Si carteggia, lisciando la superficie con carta abrasiva a grana fine, si stucca, in quanto potrebbero presentarsi bozzi o avvallamenti sulla superficie e alla fine si tinteggia con colori preferibilmente ad olio.

Questa è la fase finale della decorazione, una fase delicata e che richiede ancora abilità, padronanza dell’arte pittorica e si basa sulla scelta oculata dei materiali migliori ( colori e pennelli ) che garantiscano il successo di quest’ultima operazione, di certo non meno importante delle altre e che, anzi, se eseguita non egregiamente, rischierebbe di rovinare l’intera opera.

Ecco a voi un unicum nel suo genere! Ogni opera è un esemplare di eccellenza.

“Figghiu, è santo stu mestieri
santu Ronzu, santa Rini,
ieu bu fazzu li custumi
Ui lu ggiurnu te la morte
mu mandati an paraisu”

“Figlio, è santo questo mestiere
sant’Oronzo, santa Irene
io vi faccio i vestiti
Voi il giorno della morte
mi mandate in paradiso”

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